NAGALAND | Incontro con i Tagliatori di Teste

NAGALAND | Incontro con i Tagliatori di Teste

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Nagaland, la terra di mezzo

Di A Head Full Of Travels – Un modo diverso di viaggiare

 

Il Nagaland è una terra di mezzo. É India solo per poco…Non è ancora Myanmar…
Nell’estremo Nord-est indiano, in una lingua di terra in cui il Paese comincia a perdere la sua identità, vivono i temuti tagliatori di teste del Nagaland.
E noi li abbiamo raggiunti.

La sveglia suona alle 5:30.
Dobbiamo prendere il Sumo che da Mon ci porterà finalmente a Longwa.

Prima però bisogna fare una cosa importante: nell’organizzazione sociale delle tribù Konyak è ancora riconosciuta e vigente la figura del re (anche se lontana dall’ideale che abbiamo noi occidentali di sovranità) e quindi, per farci accettare in quanto ospiti, all’arrivo dovremo porgergli i nostri omaggi tramite una piccola offerta. Così, dopo aver chiesto cosa sarebbe stato più idoneo, ci rechiamo in “macelleria” a comprare due chili di carne di maiale.
Una volta preso il bottino non ci resta che raggiungere il luogo dalla partenza.

Sulla jeep siamo dieci persone più l’autista, per un totale di undici passeggeri con rispettivi bagagli, tra cui galline e piccoli maiali.
Ormai siamo esperti di viaggi in Sumo così le ore successive le passiamo nella classica posizione da sardina schiacciata cercando di farci più piccoli possibile.
La strada è come sempre piena di buche.
Mano a mano che avanziamo il paesaggio inizia a cambiare e si percepisce l’ingresso in un mondo a sé.
Donne e uomini salgono e scendono a piedi dalla montagna, le prime con cesti di vimini pieni di legna sulla testa, i secondi armati con lunghi fucili da caccia e affilati maceti.
“Quello è Longwa”, ci dice ad un tratto l’autista.
Alziamo gli occhi ed ecco apparire il villaggio Konyak, proprio lì, che si arrampica fino alla punta più alta della montagna che separa l’India dal Myanmar.
Ma prima di poter entrare ufficialmente nel villaggio dobbiamo superare un ultimo posto di blocco.
Un controllo veloce, una foto, qualche domanda su chi siamo, da dove veniamo e perché siamo qui, ed eccoci ufficialmente nella terra dei temuti head hunters.

Ci guardiamo attorno.
Siamo arrivati in un luogo che vede ad oggi ancora pochissimi occidentali.
La semplicità e la tranquillità con cui scorre la vita di queste persone si percepisce appena si mette piede nel villaggio.
Gli abitanti vivono in lunghissime capanne di legno con pareti costituite da bambù intrecciato e tetti di paglia, le tipiche longhouse dei Naga.

 

L'immagine può contenere: montagna, cielo, nuvola, spazio all'aperto e natura

Nagaland – Photo Credit: A Head Full Of Travels – Un modo diverso di viaggiare

 

Di fianco alle capanne ci sono vestiti stesi al sole e ceste di cereali messi ad essiccare.
Il panorama è meraviglioso e all’orizzonte si apre una distesa infinita di montagne verdissime.
Da una parte quelle indiane, dall’altra quelle birmane.
Siamo esattamente nella terra di mezzo.
Questo ad indicare che gli abitanti del villaggio non si sentono né indiani né birmani e che da anni lottano, come tutti i Naga, per ottenere l’indipendenza ad oggi ancora negata.

Lasciamo per un attimo da parte lo stupore iniziale e torniamo alla realtà.
Trovato un posto in cui dormire, posiamo i nostri zaini e partiamo subito ad esplorare.
Per prima cosa ci rechiamo alla casa del re.
A governare c’è un re chiamato Angh la cui longhouse, la più grande fatta di mattoni e lamiere, è divisa in due longitudinalmente dalla linea di confine di India e Myanmar (praticamente il re pranza da una parte e dorme dall’altra) e custodisce un’affascinante collezione di armi, totem e il sedile di un aereo della seconda guerra mondiale ritrovato nella giungla.
Il re ha una moglie in ognuno dei villaggi che governa.
Solo la prima è la regina ed il figlio che avrà con lei sarà il suo successore.
Anche i figli delle altre mogli diventeranno degli Angh ma governeranno nei vari distretti in cui i villaggi si suddividono.
Gli Angh, per distinguersi, indossano maestosi cappelli e degli ornamenti colorati sulle gambe, mentre le mogli sono a loro volta tatuate su mani, spalle e ginocchia, indossano particolari orecchini e bellissime collane fatte di perline.
Purtroppo il re non lo abbiamo trovato.
Ci viene detto che attualmente si trova fuori dal villaggio per degli studi, così siamo costretti a rivendere la carne.
Abbiamo però conosciuto uno degli Angh.

Camminando per il villaggio tutti ci osservano.
In pochi ci salutano, in molti ci deridono e ci insultano, principalmente i più giovani.
I piccoli invece si intimidiscono e scappano appena tentiamo di avvicinarci.
Passeggiare per le strade del villaggio non si è rivelato così piacevole come speravamo ma, fortunatamente, ciò che vedono i nostri occhi sostituisce il dispiacere creato da tali comportamenti.

Il nostro scopo qui è quello di trovare gli head hunters (cacciatori di teste).
Sono pochissimi, ormai una decina, e possiamo distinguerli dalle altre persone per il volto completamente tatuato.
Dopo aver osservato il villaggio dall’esterno e non averne visto alcuna traccia, decidiamo di entrare nelle capanne dove si svolge la maggior parte della loro vita.
Varcata la soglia della prima longhouse dobbiamo strizzare gli occhi per adattarli all’oscurità, in molti punti è talmente buio che non riusciamo a vedere nulla comunque.
L’aria è pesante, facciamo fatica a respirare.
Questo perché, nell’enorme stanza che costituisce l’interno della capanna, gli abitanti tengono costantemente acceso un fuoco. Non avendo un punto di fuga, il fumo va ad annerire il tetto e ad impregnare l’aria.
Una struttura scende dal soffitto in corrispondenza del fuoco per tenere i cibi al caldo, per essiccarli o affumicarli, mentre i ripiani superiori vengono usati come mensole per utensili da cucina o oggetti vari.
A parte questo, si possono notare pochi altri particolari.
Quello che non può sfuggire però sono le file ordinate di crani e corna di animali che, da dentro e fuori, fissano chiunque decida di addentrarsi nella casa.
Ci sono anche molti totem e cimeli di guerra come scudi, elmi e armi fatte a mano.

 

I tagliatori di teste

 

Dall’altra stanza udiamo delle voci, ci affacciamo e davanti ai nostri occhi appaiono quattro anziani tagliatori di teste.
Sono lì, che chiacchierano attorno al fuoco, con i loro cappelli fatti di piume d’uccello e zanne di cinghiale, le collane di ottone, le ossa di corno di capra nelle orecchie, i denti di orso o di tigre intorno al collo ed il volto nero per via dei tatuaggi.
Vedendoci interrompono i loro discorsi.
Ci guardano, ci sorridono e ci salutano.
Ci mettiamo accanto a loro ad osservarli e ogni tanto cerchiamo di comunicare.
Scattiamo qualche foto e non vorremmo più andare via.
Pensare di avere davanti uomini che hanno ucciso altri uomini staccandogli la testa fa timore, è quasi inimmaginabile.
Ma loro ne vanno fieri e orgogliosi e ci mostrano i cimeli di guerra e i loro tatuaggi. Uno alza anche la maglietta facendoci vedere quello sul petto.
Ci raccontano che il giorno in cui un membro della tribù viene tatuato è un giorno di festa. Un maiale o una mucca venivano macellati e serviti con il riso rosso tradizionale.
Solo la regina poteva marcare i guerrieri attraverso aghi di alberi e colori naturali.
Parlano poi dei loro denti, neri come la pece, perché un tempo non esistevano spazzolini né dentifricio e pensavano che solo gli animali avessero i denti bianchi.
Un paio accendono una sigaretta dall’odore pungente. In realtà è oppio, una piaga di queste zone poiché ampio è il traffico dal vicino Myanmar.
Gli mostriamo le foto delle donne Chin, le donne birmane dal volto tatuato, e loro le guardano increduli ridendo e commentando qualcosa nella loro lingua.

Ora gli antichi tagliatori di teste del Nagaland conducono una vita sedentaria e tranquilla, costruiscono armi e utensili, lavorando i metalli e il legno e basano il loro sostentamento sulla caccia e sull’agricoltura.
I cereali che espongono nei teloni fuori casa sono difatto il loro principale alimento, tramite i quali creano i cibi che poi consumano.
Per tre giorni, sia a pranzo che a cena, ci siamo alimentati appunto con riso rosso, patate e crema di lenticchie.

Ma se mentre il 99% della popolazione sta cercando di adattarsi allo stile di vita occidentale con abiti nuovi, capelli alla moda e telefonini, c’è ancora una persona che ha deciso di stare lontana da tutto questo.
In una piccola capanna, nella totale oscurità, vive un uomo speciale, l’ultimo in assoluto che rispecchia ancora il vero uomo Konyak di un tempo.
Siamo riusciti ad incontrarlo ma è stata un’occasione straordinaria, una di quelle che quasi nessuno ha la fortuna di fare poiché egli rifiuta ogni contatto con l’esterno.
L’uomo vive perennemente nella sua casa, esce solo per andare a caccia di topi nella giungla utilizzando trappole di bambù da lui prodotte. Quei topi sono il suo nutrimento.
È magrissimo.
Ha il volto tatuato per via dell’unica persona che ha ucciso. Nelle orecchie porta due pezzi di bambù.
È completamente nudo, indossa solo una cintura intorno alla vita fatta di fili, con una sottile striscia di stoffa bianca sul davanti che scende a coprire le parti intime.
Dice che è allergico ai vestiti moderni e ride.
Ci mettiamo un po’ a farci accettare poi si lascia fotografare.

Questi sono stati i tre giorni più strani e affascinanti della nostra vita.
Trovarsi faccia a faccia a questi piccoli ma fortissimi uomini e ai loro cimeli di guerra è stato interessante ed intimidatorio allo stesso tempo.
Pensare di avere di fronte quelli che una volta erano veri guerrieri, cacciatori…quelli che erano i tanto temuti tagliatori di teste del Nagaland, è una cosa che ti lascia il segno e noi potremo dire un giorno di averli incontrati.

 

Federico e Sofia

#giorno258 del nostro viaggio

 

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Tagliatore di Teste - Photo Credit: A Head Full Of Travels - Un modo diverso di viaggiare

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Nagaland - Photo Credit: A Head Full Of Travels - Un modo diverso di viaggiare

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Tagliatore di Teste - Photo Credit: A Head Full Of Travels - Un modo diverso di viaggiare

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