Incontri casuali: un Viaggio oltre le “frontiere”

Incontri casuali: un Viaggio oltre le “frontiere”

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Scoglitti, oltre le “frontiere”. Questa mattina, di buon’ora, ho deciso di fare un giro in bici, per godermi un po’ la quiete accompagnata dal rumore dolce delle onde di questo mare di inizio settembre. Dopo qualche pedalata, decido di fermarmi e di sedermi in riva al mare ad ascoltare un po’ di musica. 

Pochi minuti e vedo in lontananza due ragazzi che si avvicinano ballando e cantando, giocando ad inseguire le onde che si infrangono sulla battigia e a calciare dolcemente la sabbia tra i loro piedi. 

Mi fermo a osservarli per qualche istante e mi trasmettono subito una sensazione di gioia, di meravigliosa leggerezza, un senso di libertà che difficilmente riesco a descrivere. 

Continuo a fissarli e quella sensazione persiste. 

Qualche minuto ancora, e si avvicinano a me, chiedendomi di scattare loro una foto. Sembrano felici. Felici di essere lì, in quel momento, a godersi quella libertà. Penso subito che quello non sia un incontro casuale. 

Sorridono, saltano, cantano. Scatto quella foto, immortalando quel loro momento di spensieratezza, e ringraziandomi, si allontanano di nuovo verso la battigia, continuando a ballare e a rincorrersi l’un l’altro. 

Solo qualche minuto ancora, e uno dei due si riavvicina verso me chiedendomi se fossi del luogo. Rispondo di sì. 

“È bello qui. Si vive bene. Siete fortunati” è la sua risposta. 

Cominciamo a scambiare qualche parola. 

 

Il racconto di un lungo viaggio, per vedere oltre le “frontiere”

 

Lui è Giefa, 19 anni, originario del Mali. In Sicilia da tre anni, vive in una comunità. Studia (e parla molto bene) italiano e lavora in un panificio a Palermo. 

Nel frattempo si avvicina anche il suo amico, Ibrahim, originario della Guinea, 18 anni, in Italia da un anno e due mesi, studia italiano e sta per iniziare un corso per diventare meccanico. 

Entrambi sognano semplicemente vita tranquilla, magari “in un piccolo paesino”, con un lavoro onesto, una famiglia e, chissà, una casa. Non hanno bisogno di andare oltre, di spostarsi ancora. Amano già questa Sicilia con quello che offre loro e ne sono grati. 

Entrambi scappati dai loro Paesi quando erano ancora piccoli, hanno viaggiato per anni attraversando l’Africa per risalire fino alla Libia, sfidare il Mediterraneo con imbarcazioni di fortuna e arrivare nella tanto desiderata Italia. 

La loro storia mi coinvolge. 

Ibrahim amava il suo paese, “bellissimo, sul mare e pieno di foreste”, ma non poteva vivere lì, perché c’è la guerra. Lo ha lasciato quando aveva solo 10 anni, nel 2010. Durante il suo viaggio durato due anni, ha perso il padre, ha continuato con lo zio, risalendo fino alla Libia, dove, nonostante fosse solo un bambino è stato arrestato senza alcun motivo e rinchiuso in un campo per migranti (si, proprio quelli di cui sentiamo parlare tanto in tv…) per due mesi, in attesa che la sua famiglia pagasse un grosso riscatto per liberarlo da quell’inferno. 

“È terribile, in Libia funziona così. È un disastro” ripete, mentre tiene in mano il mio cellulare con Google Maps aperto per cercare il suo Paese e raccontarmi il suo lungo viaggio attraverso Costa d’Avorio, Ghana, Togo, Benin, Nigeria, Niger e Libia, per arrivare in Italia. Nei suoi occhi neri e fissi sul cellulare, a guardare “la sua Africa”, leggo la tristezza di chi ha dovuto lasciare tutto e la velata spensieratezza di “essere al sicuro” adesso. 

“Si vive bene qui, sono felice”, ripete anche lui. “Qui non devi avere paura di essere ucciso o ferito se cammini per strada. In Africa è così, c’è la guerra…”

“È bello qui. La Sicilia è come l’Africa, ma puoi stare tranquillo. Si vive bene anche se non hai niente”.

Ricordiamocelo. 

 

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